Mentre la settimana passata mi ero soffermato su alcuni aspetti organizzativi e di mercato della Maremma vinicola, e in particolare del Morellino, mi sembra interessante oggi andare a vedere quello che sta a monte: la produzione del vino.
La Maremma e’ oggi un entita’ vitata di circa 9000 Ha, la terza per provincia in Toscana dopo Siena e Firenze, con la denominazione piu’ conosciuta, quella del Morellino di Scansano DOCG di circa 1500 ha (una superfice che e’ bloccata dal 2000, altrimenti e’ lecito pensare che oggi sarebbe sostanzialmente piu’ ampia). Un potenziale produttivo di tutto rispetto quindi, in grado di generare una massa critica piuttosto significativa sui mercati nazionali ed esteri, costituito da due DOCG (Morellino e Montecucco) e da diverse DOC. Ultima nata, la DOC Maremma Toscana, che e’ andata a rimpiazzare l’IGT Maremma Toscana.
Tutte queste vigne e tutto questo proliferare di denominazioni non riescono pero’ a nascondere un fatto: la generale mancanza di identita’ dei vini della Maremma, e persino, in molti casi dei vini a denominazione di origine. Certamente, l’aver creato una DOC Maremma Toscana con quasi trenta varianti di vino possibili (es. «Maremma toscana» bianco, anche spumante, passito e Vendemmia tardiva; oppure «Maremma toscana» Chardonnay, anche passito e Vendemmia tardiva;{Chardonnay passito e vendemmia tardiva?}) non facilita l’espressione territoriale.
I vini a denominazione, come il Morellino di Scansano, hanno certamente delle maglie piu’ strette, con minimo di 85% di Sangiovese richiesto. Ma quante volte, davanti a Morellini scuri come la pece ci e’ venuto il dubbio che a qualcuno sia scappato di mano, magari durante un travaso, un pelino in piu’ di quel coloratissimo cabernet o merlot, ammessi nel disciplinare?
Io non sono contrario per principio alle uve “internazionali“, ma credo che ormai dappertutto la loro presunta funzione “migloratrice” sia messa in discussione. Persino in California, produttori illuminati e carismatici come Randal Grahm di Bonny Doon Vineyards si domandano se il modello finora seguito sia sostenibile per il futuro (Syrah -the end of an era?).
Anche la ricerca di uno stile di vinificazione estremo, con grande concentrazione di materia, frutto e legno piccolo a go go non sembra piu’ rappresentare la scommessa sicura per attrarre l’attenzione della stampa e del pubblico.
Quale strada in questo senso per i vini del nostro territorio? Noi una scelta radicale l’abbiamo fatta: solo uve locali tradizionali per i vini del territorio (i Morellino e i Ciliegiolo e i bianchi), estrazioni meno eccessive, legno meno invadente (no barriques), coltivazione biologica, minimo intervento in cantina, riduzione di oltre la meta’ dell’uso dei solfiti (in alcuni casi utilizzati solo all’imbottigliamento).
Questo non vuol dire che la nostra scelta sia quella giusta, o da consigliare a tutti, ma e’ una scelta che va nella direzione di far esprimere i caratteri territoriali, prima soffocati da scelte enologiche e agronomiche troppo “interventiste” e legate ad un modello in qualche modo imposto da certa critica e dall’idea che ci siamo per lungo tempo fatti del “gusto internazionale” (il che, va detto per inciso, e’ molto piu’ variegato e diversificato di quel che non si pensi). Quello che occorre e’ che il territorio trovi una sua strada originale, buttando alle ortiche le idee precostituite, spesso importate qui con la folta schiera di enologi che si e’ trasferita a partire dagli anni ’90. Si deve andare a rovistare nel baule dei ricordi e delle tradizioni, quando ci sono e quando sono valide, e/o sperimetare e provare nuove strade con coraggio, quando non c’e’ altra scelta.
Solo cosi’ si potra crescere in modo sostenibile in futuro, ma per farlo ci vuole un arena di dibattito, di scambio di opinioni, di crescita condivisa, fatta anche di opinioni discordanti, ma franche.
Queste arene dovrebbero essere costituite per prime nei Consorzi di Tutela, oggi piu’ macchine burocratiche di tipo istituzionale che luogo di incontro delle opinioni e delle esperienze. Perche’ si fanno piu’ punti di PIL con le idee che con i contributi o le scartoffie.

