This post is also available in: Inglese
Quando l’ho visto, ho fatto un salto sulla sedia.
Ma come, una Denominazione di Origine che secondo il Consorzio di Tutela, e gran parte dei produttori stessi, tiene gli albi chiusi dal 2000 (ovvero, chiusi temporaneamente senza possibilità di impiantare nuove vigne a Morellino), perchè la superfice vitata esistente potrebbe essere già troppa e creare crisi sui mercati, si trova clamorosamente a piazzare ben tre vini tra i primi dieci tra quelli piu’ venduti in GDO in Italia? (tratto dalla Newsletter Tre Bicchieri)
E la chiami crisi? Ma di che diavolo stiamo parlando qui?
Tra oltre 400 denominazioni di origine esistenti in Italia, quella del Morellino rappresenta il 25% dei primi dieci vini venduti, con 2.310.000 bottiglie su 8.726.000. Si d’accordo, è la GDO, dirà qualcuno, ma non ci facciamo illusioni o storie, la maggior parte degli italiani è lì che compra il loro vino quotidiano.
A me sembra una dimostrazione clamorosa che:
- a) Il Morellino è stato e rimane uno dei successi commerciali più importanti d’Italia degli ultimi dieci anni
- b) è assurda la chiusura, temporanea (all’italiana, ovvero da oltre 10 anni, come fossero dei lavori stradali) degli albi, e che anzi, il Morellino deve e può puntare a diventare un vino di successo anche all’estero
- c) invece di giocare di rimessa, i produttori associati nel Consorzio dovrebbero gettare il cuore oltre l’ostacolo ed avere piu’ fiducia in se stessi
- 4) la forza dei numeri e delle statistiche. Si sappia che sono mesi che presso il Consorzio per fare analisi di mercato, elaborare statistiche, e su di esse, i piani promozionali e produttivi. Non il contrario.
Cari colleghi, teste pensanti della politica vitivinicola maremmana, vogliamo aprire il dibattito, oppure continuiamo a raccontarci delle favole?


Sono daccordo che il morellino sia uno dei più grandi successi commerciali di questo settore.
Non penso che vendere in GDO sia un problema, quello che vorrei capire è il prezzo a cui si vendono queste bottiglie, e confrontarlo con i costi di produzione.
La crisi probabilmente risiede in questo, almeno per quanto mi riguarda, negli ultimi anni i costi, e bada bene non i costi in vigna o in cantina, ma gli oneri di struttura sono quadruplicati, la spesa corrente per la manutenzione è quadruplicata.
Mi chiedo se questi numeri corrispondano ad un inalzamento della qualità del lavoro del produttore oppure siano una fascinazione aritmetica.
Non ti sembra poi di leggere in questi numeri, e non parlo solo del Morellino, una concentrazione a discapito della diversità che per anni abbiamo glorificato?
No, io non ci leggo una concentrazione a scapito della diversita’. In tutte le denominazioni del mondo che hanno un qualche successo, esistono le grandi aziende che fanno i numeri, e i prezzi compatibili a quei numeri, e una larga platea di produttori medi e piccoli che occupano altri spazi di mercato, con altri numeri ed altri prezzi. Per quanto riguarda i prezzi, va notato che oggi il prezzo all’origine di un litro di Morellino o un kg di uva sia tra i piu’ alti delle denominazioni toscane e non solo, molto di piu’ del piu’ blasonato Chianti Classico, ma e’ comunque inutile farsi illusioni, i grandi numeri non sono compatibili con prezzi alti, perche’ la gente non spende quei soldi. Chi fa grandi numeri ha delle economie di scala diverse dalla tua e dalla mia, ma qui non scopriamo nulla di nuovo, non ti pare?
Si non scopriamo nulla di nuovo, ma secondo me qualcosa da scoprire ci potrebbe essere; per quanto mi sforzi di capire il funzionamento di queste economie di scala non riesco a scendere sotto un certo prezzo per un kg di uva, voglio dire, un kg di uva priva di un qualsiasi valore aggiunto dato dalla capacità, inventiva… del produttore, ha un valore in se come materia prima? Indipendentemente se sia Morellino Brunello Monteregio o Sovana si può pensare che il frutto uva, o il litro di vino, non possa scendere al di sotto di un certo valore a paragone degli altri beni? Poi non pensi che queste economie di scala possano infine dimostrarsi assai più fragili di quanto si va dicendo? Abbiamo visto in passato grandi concentrazioni di capitale e di mezzi produttivi crollare col mutare improvviso di pochi parametri, spesso di uno soltanto, si potrebbero fare molti esempi, dalla fine delle seterie, alle esperienze, tanto per rimanere nel settore, delle cantine aperte in Maremma fra gli anni 60 e 70 da consorzi di grandi proprietari terrieri. Un altro discorso è leggere in quella classifica la presenza di molte cantine cooperative, e coniugare il loro mandato sociale con i tempi e i prezzi di liquidazione ai rispettivi soci, forse in questa chiave si potrebbe determinare meglio il livello di soddisfazione che questo tipo di strutture sono effettivamente in grado di generare. Discorso ancora diverso il fraintendimento che si è generato, nell’ultimo decennio, dovuto in larga parte all’adozione, da parte di queste strutture, della stessa strategia di marketing, che possiamo avere noi piccoli produttori, usano le stesse parole d’ordine per produzioni sostanzialmente diverse sotto molteplici aspetti; Noi siamo nel mercato del vino da molti anni e sono convinto, come tu dici, che “In tutte le denominazioni del mondo che hanno un qualche successo, esistono le grandi aziende che fanno i numeri, e i prezzi compatibili a quei numeri, e una larga platea di produttori medi e piccoli che occupano altri spazi di mercato, con altri numeri ed altri prezzi.” ci siamo sempre confrontati con queste differenze fra grandi numeri e piccoli numeri, ma sono sempre stati ambiti separati, non pensi che esista oggi una commistione distorsiva a livello della comunicazione? Non pensi che il prezzo dell’ uva “materia prima” sia in questo momento determinato da una scala di esigenze di tipo culturale più che dal suo valore economico effettivo?(parlo sempre di prodotto bruto non di etichette DOC,etc.) Io penso di si e penso che dobbiamo trovare strategie nuove per correggere questa distorsione, che rischia di sconvolgere intere strutture sociali ed economiche, che per mezzo secolo hanno determinato un significativo aumento delle libertà e del livello culturale di zone fino a poco prima arretrate
e questo soltanto per dare corpo ad un pensiero, questo si ideologico e infondo utopico,(non realista) che vuole determinare a priori la funzionalità delle strutture produttive compiendo scelte legislative che indirizzano, ormai direi coercitivamente, verso modelli in realtà sempre più rigidi.
Cerco di dare alcune informazioni di base per contribuire alla discussione.
Se un vino scala queste classifiche è dovuto al fatto che:
1) sono etichette presenti in tante insegne della GDO
2) sono vini molto promozionati (presumo con pressioni promozionali anche del 50%) che porta il loro prezzo medio sotto i 3 euro
3) la nuova annata esce già sul mercato a circa 4 mesi dalla vendemmia, si tratta di vini d’annata, con poca personalità
3) dal punto di vista sensoriale, infatti, sono vini semplici, Sangiovese giovane con qualche nota semplice fruttata. C’è ampio spazio di miglioramento…..
4) “Morellino” è ormai un marchio di fabbrica che deve essere speso con intelligenza: approfittare del lavoro pubblicitario fatto da queste 3 cantine per introdurre altri Morellino a prezzi maggiori, come è accaduto con la private label “Grandi Vigne” in Iper La Grande I (prezzo a scaffale € 5.90 – Produttore Caparzo).
Il punto che mi pare sfugga alla tua analisi e’ che tutti i vini presenti in questa classifica hanno quelle caratteristiche di prezzo, di promozioni, semplicita’, ecc., altrimenti non sarebbero venduti in quei numeri. Il fatto che il 25% di questi, che se la giocano tutti nello stesso campo, con le stesse regole, siano Morlellino di Scansano, e’ piuttosto straordinario a mio parere, e di sicuro e’ un segnale della notevole popolarita’ di questa denominazione in Italia. Tutte le altre considerazioni che si possono fare vanno bene, mamil punto principale secondo me e’ questo. Ed e’ certamente importante per un produttore.