Qualche giorno fa mi e’ stata fatta RIVEDIBILE una partita di vino atto a divenire Morellino di Scansano DOCG 2009. Intanto spieghiamo cosa significa (tratto da   camcomgov.it )

I vini DOC, per essere commercializzati, devono essere sottoposti ad analisi chimico-fisica presso i Laboratori chimici autorizzati ed al successivo esame organolettico da parte della Commissione di degustazione istituita presso la Camera di commercio.

continua

I giudizi delle Commissione di Degustazione possono essere espressi, secondo la normativa vigente, con i seguenti termini: IDONEO, RIVEDIBILE e NON IDONEO.
Il vino può ottenere l’attestato di idoneità se gli viene riconosciuto il possesso di tutte le caratteristiche chimico-fisiche ed organolettiche per essere immesso alla commercializzazione.
Le Commissioni deputate alla degustazione dei vini a DOC sono composte da tecnici ed esperti degustatori che appartegono agli elenchi tenuti dalla CCIAA.

In pratica, quando si vuole commercializzare un vino DOC o DOCG, prima dell’imbottigliamento si deve richiedere l’idoneita’.  Si fa una domanda alla CCIAA di appartenenza (Grosseto nel mio caso), si paga quello che c’e’ da pagare (non poco),  un loro incaricato viene in azienda, prende dei campioni dalla vasca, li porta al laboratorio di analisi, e una volta stabilita la rispondenza chimic0 fisica al Disciplinare di Produzione (in questo caso il Morellino di Scansano DOCG) il vino va in commissione di assaggio.  Il primo giudizio e’ quindi fattuale, ovvero analisi chimico fisiche con dei valori certi. Il giudizio della commissione di assaggio, che e’ composta da esperti, che spesso sono enotecnici, sommelier, ecc., e’ fatto alla cieca ed e’ a maggioranza. Mi pare che la commissione sia composta da 5 esperti, che votano la IDONEITA’, quando il vino puo’ essere imbottigliato con il nome della DOC/DOCG, la RIVEDIBILITA’, quando il vino ha dei difetti che possono essere corretti e che puo’ dare luogo alla IDONEITA’ se ripresentato entro 60 gg, e INIDONEITA’, quando i difetti sono tali da non renderlo idoneo. Un vino puo’ essere fatto rivedibile solo una volta, la volta successiva viene fatto inidoneo, e quindi deve essere declassato a IGT o VT.

Noi facciamo almeno 20/30 approvazioni all’anno, ed e’ gia’ successo in passato qualche volta di avere un vino fatto rivedibile. Di solito questo succede a causa della non pulizia di un vino quando e’ in vasca, con riduzioni che magari non sono apparenti al momento, ma lo divengono dopo essere stato spillato dalla vasca e messo in bottiglia per la commissione (il vino puo’ rimanere in questo stato per alcuni giorni, prima dell’assaggio). In quel caso, per risolvere il problema si fa qualche travaso, il vino si pulisce, lo si ripresenta, e normalmente e’ a posto. Era da almeno 3/4 anni che non ci succedeva, e n0n mi era mai successo per i seguenti motivi:

Si da il caso che il Morellino di Scansano sia un vino fatto sopratutto (min. 85%) con Sangiovese, e si sa che questa uva e’ spesso carente di colore. Si sa anche che vini di Sangiovese dai colori inchiostrati sono spesso vini dove la percentuale di altri vitigni “migliorativi” puo’ essere piuttosto alta. Ho visto Morellini color nero pece passare indenni le commissioni CCIAA, quando invece forse dovrebbe essere il contrario. Per quanto riguarda il gusto e l’olfatto, questi sono i requisiti del Disciplinare Morellino di Scansano, talmente vaghi e generici che non si capisce come si possa definire una tipicita’ a partire da essi, eppure questo vino che ho presentato e’ stato riscontrata una “carenza di caratteri specifici”:

Colore: rosso rubino, tendente al granato con l’invecchiamento;
Limpidezza: brillante;
Odore: profumato, etereo, intenso, gradevole, fine;
Sapore: asciutto, caldo, leggermente tannico;

Ma la cosa piu’ singolare di tutte e’ questa: siccome abbiamo imparato dal passato a non rischiare di fare approvazioni di grandi quantita’ tutte insieme, per non trovarsi bloccati nell’evenienza di risultati sfavorevoli, noi mandiamo in approvazione 100 Hl per volta, di un taglio complessivo di circa 1000 Hl.  Il taglio viene fatto all’inzio dell’anno per tutta la massa, che quindi risulta identica, e poi suddiviso in varie vasche.

Questo vino, che ora e’ stato giudicato rivedibile, e’ gia’ stato approvato altre TRE volte dalla varie commissioni della CCIAA di Grosseto nelle settimane passate. Ovvero, per le prime tre volte e’ stato giudicato idoneo, e la quarta no.

La faccenda e’ piuttosto seria, e chiama in causa il modus operandi delle commissioni di assaggio, dove il fattore soggettivo sembra essere prevalente e dove la consistenza di giudizi sembra essere deficente. Al di la’ dei giudizi di merito sul singolo vino, con la problematica del colore che sicuramente ci spinge alla creazione di vini che hanno un ideale Parkeriano, con quale spirito un produttore si affida a questi giudizi sui quali dipende il futuro della sua azienda. E’ evidente che se non posso commercializzare il Morellino la mia azienda chiude. Come dovro’ fare in futuro per presentare i vini, quale metro di giudizio devo pensare che sia giusto, quello dei primi tre o quello del quarto? Dovro’ fare vini nero pece per farli passare come Morellino?

Inoltre, e’ giusto che nella commissione di assaggio siedano degli enotecnici che danno consulenza a delle aziende direttamente concorrenti alla mia? E’ vero che il giudizio viene dato alla cieca, e non ho ragioni di dubitare che sia effettivamente cosi’, ma l’enotecnico sa per certo quando esiste la probabilita’ che in commissione sia presente un vino delle aziende in cui lavora e quando invece e’ certo che non vi sia (tutte le aziende si consultano con l’enotecnico prima di chiedere la campionatura).

Con tutti i problemi che oggi ci sono a fare e vendere vino, dobbiamo subire anche questo. Cosa faro’? Cerchero nella mia cantina, e sicuramente trovero’, una vasca di un altro taglio, che abbia della caratteristiche di colore piu’ “sicure”, e faro’ un nuovo taglio. Ma e’ giusto questo?

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31 Comments

  • Andrea Toselli scrive:

    In Italia non c’è purtroppo mai limite al peggio.
    Quella del difetto di colore, poi……
    Non è un caso che le valutazioni, sia che si tratti di concorsi che di commissioni di degustazione, con l’eccesiva presenza di enologi ed enotecnici come giudici esperti, diano spesso risultati del tutto risibili.
    In tutti i sensi.

  • Mike Tommasi scrive:

    Vedo che in Italia le cose sono esattamente come in Francia. Vedi le lotte qui per far capire che le degustazioni non possono essere un criterio oggettivo, che i criteri ritenuti tendono a rendere i vini tutti uguali e privi di carattere.

    Io quel vino lo metterei in VdT a prezzo premium, e lo chiamerei NONIDONEO.

  • carolina scrive:

    no non è giusto Gianpaolo. gli stessi tuoi quesiti me li sono posta io stessa quando ho dovuto presentare il campione per il prosecco col fondo 2009: me lo accetteranno o no?sarà conforme o no? chi degusta ci capirà qualcosa o no? io mi sto chiedendo sempre più che senso abbia fare tante certificazioni se poi è tutta una questione di “culo” passare…. ti capisco e capisco il tuo stupore misto a delusione, però forza :)

  • carolina scrive:

    e concordo anche con mike… infatti avevo pensato di sbattermene di doc e balle varie e fare vini da tavola…

  • Mike Tommasi scrive:

    Soprattutto prendere per il fondello quelli che mantengono il vergognoso sistema che respinge i buoni e assicura intanto che il 95% dei vini AOP e DOP risultino al limite della bevibilità, per la grande confusione dei consumatori export che non capiscono perche 2 volte su 3 un vino che comprano sulla base del fatto che sia AOP/DOP risulti meno buono di un vino da tavola cileno.

    Qui Lescarret arriva a mettere “Apppellation d’Origine Non Contrôlée”.

  • armin scrive:

    caro gianpaolo, la ripetibilità dei giudizi, ti ricordi?
    non solo del singolo degustatore ma anche delle singole commissioni dato che ce ne sono diverse che si alternano.

    comunque per il colore non mi sembra che ti devi preoccupare più di tanto se i controlli precedenti sono andati bene.

    per quello che concerne la presenza di enologi di altre aziende presumo che loro non siano da considerare concorrenti ma piuttosto colleghi interessati che l’intera zona vada avanti, non la singola azienda!

    @ andrea, i sommeliers da me comosciuti hanno erano sempre più duri nei giudizi che non gli enotecnici. ;-)

    saluti
    armin

  • Jo Cooke scrive:

    GP, just sounds like a bad barrel sample to me. Flat and losing color. Believe me, I’ve seen many. It happens, mate, even in Bordeaux.
    How was the sample taken, how was it transported, how long was it standing around in some uncool room? When was it uncorked? How long did it stand open? Did you use sulphur? A just-opened Petrus sample smells of fireworks :-) Did you send a second bottle, to be opened only for confirmation?
    The presentation of barrel samples is a dodgy business at best. I feel your pain.

  • gianpaolo scrive:

    @Armin. Beata illusione. Tu non hai idea di quello che succede da queste parti, ti farebbero fuori gratis, tanto per soddisfazione personale.
    @Joe. No Joe, the wine is the same, it’s only a different batch of people with different taste. Tragic, for us. Never mind, we’ll fix it, but one would start to think if it’s worth belonging do an appellation or not.

  • Andrea Toselli scrive:

    @Armin. Fra le legioni di sommelier degustanti c’è da fare moltissima tara, ne convengo, in genere per ignoranza del prodotto, non per malafede. Quello che non si spiega è come possano essere razionalmente emesse sentenze di rivedibilità da parte di commissari, teoricamente specializzati sul prodotto in esame, sulla base di parametri così vaghi.

  • Giampi scrive:

    “Il primo giudizio e’ quindi fattuale, ovvero analisi chimico fisiche con dei valori certi”, questo c’è scritto nelle prime righe della cronistoria della tua recente vicenda. Ora, caro Gianpaolo, mi dispiace dirti che a me è successo se possibile ancora di peggio del tuo “rivedibile” per parametri “non-fattuali”, in quanto un mio vino è stato recentemente dichiarato “non-idoneo” a causa di ciò che dovrebbe basarsi su “valori certi”, ma che evidentemente tanto certi non sempre lo sono, nemmeno quelli, per come vanno le cose.

    Piccola premessa tecnica, che non mi piace fare perché devo dilungarmi un minimo, ma altrimenti chi legge non può capire. Io sono un produttore di diversi vini, principalmente bianchi, ma con minime dimensioni aziendali, quindi al contrario di te ciascun mio vino viene imbottigliato in una sola volta da un solo tino (lotto unico). Si sa che i bianchi son molto rognosi per parecchi aspetti, non ultima la loro “stabilità” fino ad un attimo prima del loro definitivo imbottigliamento: sedimenti, opacità, cascate di filamenti o fiocchi proteinosi al minimo sbalzo di temperatura sono sempre in agguato nel caso di un campione prelevato dai tini, quindi per togliermi del tutto da questo problema che anche tu evidenzi (l’eventuale e nel mio caso nient’affatto improbabile frequenza di un giudizio di “rivedibilità” da parte della commissione), da sempre ho adottato la strategia di chiamare la Camera di Commercio per il prelievo un attimo dopo – e non prima – aver imbottigliato ciascun vino. Ovviamente, prima di imbottigliare (cosa che faccio “col camion”, quindi senza la flessibilità nella tempistica che si può permettere chi ha una linea di imbottigliamento propria) faccio fare un’analisi completa di tutti i parametri chimico-fisici previsti dalla mia DOC per evitare eventuali brutte sorprese; non è mai capitato che a questa “analisi privata” un parametro sia risultato fuori dai valori previsti dalla DOC: può capitare però che un singolo parametro (o più) sia non troppo lontano da tale limite, e allora faccio ripetere l’analisi di questo valore una o due volte ulteriormente – su prelievi e in tempi diversi -, per essere “umanamente sicuro” di non avere la “brutta sorpresa” di cui sopra.
    Generalmente, il parametro più a rischio per me è l’acidità totale (la mia DOC la fissa a un minimo di 4,50 grammi litro); ora, non è certamente un mio merito, né la conseguenza di “poteri magici” che evidentemente non possiedo, semplicemente è così, verificato negli anni e con l’esperienza, ma i miei bianchi “sembra” sempre che abbiano una freschezza acida nettamente superiore a quella oggettivamente “chimica”, e quindi organoletticamente (traducendo: bevendoli) funzionano egregiamente anche quando le caratteristiche dell’annata li portano ad avere poco acido; a volte ho anche fatto una prova: ho chiesto a “nasi-davvero-esperti”: secondo te, questo vino che acidità ha?: se il bicchiere era da 5 g/l la risposta che ricevevo era “intorno a 6”, se il bicchiere era da 6 g/l la risposta era di solito “intorno a 7”; credo che il concetto sia chiaro, a questo punto.

    Dunque: a fine marzo imbottiglio i due Sauvignon 2009 (annata davvero “calda”, ma dai risultati organolettici sorprendentemente all’esatto opposto rispetto alle aspettative): il “normale” (dove faccio “il grosso” del mio piccolo fatturato e che esce subito) e la “selezione” (dove cerco il massimo che sono in grado di ottenere qualitativamente, su piccolissima scala, e che non esce mai prima di 7/8 mesi almeno dall’imbottigliamento).
    Come detto e come sempre, giorno dopo l’imbottigliamento chiedo il prelievo alla CCIAA. Resto in trepidante attesa del “via libera” della commissione, anche perché ero pieno di pressioni e di prenotazioni per il Sauvignon “normale”, assente dagli scaffali da quasi un anno dopo la mia decisione di non imbottigliare il 2008 perché davvero sfigatissimo, per non parlare poi del fatto che l’uscita di questo “primo 2009” segnava per me la ripresa da un giorno all’altro di vendite, fatturati e incassi certi (dopo un anno intero di cinghia tiratissima…!).

    Il giorno prima di quello in cui sapevo si sarebbe riunita la commissione d’assaggio ricevo una telefonata dalla Camera di Commercio: con voce mesta e trafelata la funzionaria mi comunica che uno dei vini prelevati è stato riscontrato “non-idoneo” all’esame chimico-fisico; io inizio a tremare avvicinandomi ai due moduli di richiesta di prelievo per verificare dal numero di verbale che mi era stato comunicato se si trattasse della “selezione” oppure del “normale”: nel primo caso, la grana era grossa, ma la vita poteva continuare; nel secondo caso, invece, tanto valeva chiudere l’azienda subito e dire a tutti “grazie, scusate, ci ho provato, è andata così, arrivederci”. Tiro un mezzo sospiro di sollievo appena verifico che si tratta della “selezione”: domani sarò ancora in piedi, intanto comincio a consegnare il “normale”, poi per la grana dell’altro si vedrà…
    La mattinata passa tra telefonate mie alla Camera di Commercio per chiedere le varie possibilità che mi si aprono (o mi si chiudono) da quel momento per quel vino – detto per inciso, è quello considerato un po’ da tutti il mio “top-wine” -, con la Camera di Commercio che non raccapezzandosi chiama l’ICQ, e poi richiama me, e dopo questa comunicazione a me resta un dubbio che loro non sanno risolvere e chiamano di nuovo l’ICQ, e poi di nuovo me… Così se ne va una giornata intera. Io nel frattempo comincio a cercare di razionalizzare un po’, riprendo tutte le carte in mano delle analisi più o meno recenti, parlo con la mia analista (non la psico-analista, eh…, l’altra), col mio amico enologo, provo a raccapezzarmi… (ah, dimenticavo di dire che il valore d’acidità rilevato dal laboratorio incaricato dalla CCIAA era 4,38 g/l, cioè di 0,12 al di sotto del limite della mia DOC); ventiquattr’ore dopo la situazione non è ancora del tutto chiara: la CCIAA mi dice che a quel punto dovrei acidificare il vino, ma come si fa che è già tutto imbottigliato?, e io che dico che non l’acidificherei comunque, nemmeno se fosse ancora nel tino, perché è un vino al gusto assolutamente equilibrato e che in ogni caso io non acidifico mai per scelta enologica, e allora loro a indicarmi la strada del declassamento a IGT, ma prima bisogna comunque verificare l’esatta classificazione “a cascata” dei vigneti come è stata fatta e risulta nei registri dell’Artea, quindi a quel punto mi sarei dovuto recare dal consulente dell’Unione Agricoltori, sempre che fosse presente e subito disponibile a farmela ‘sta verifica…; e comunque, qual è il limite di acidità della eventuale IGT? E nella peggiore delle ipotesi, sul semplice vino da tavola ora si può mettere l’annata oppure è vietato come un tempo? Preso ormai da oltre 24 ore soltanto da queste elucubrazioni, da questi dubbi, da queste domande ancora senza risposte certe, mi dico che è l’ora di staccare, e me ne vado all’unico barino “intellettuale” del circondario dove posso passare un’oretta di pace sfogliando gratis più giornali e finalmente rilassarmi leggendo le ultime imprese del nostro Presidente del Consiglio: tempo nemmeno di posteggiare davanti al barino e mi vedo sfrecciare davanti in direzione della campagna dove sto una pandina bianca dell’ICQ: per qualche decina si secondi vedo tutto il mondo intorno a me che sta cambiando colore, tutti i colori si fanno assurdi e improbabili (io per l’epoca della psichedelia sono arrivato tardi, ma immagino si trattasse di robe simili a quelle…); appena mi riprendo un attimo mi dico: a quel paese!, un’ora in santa pace di Berlusconeide non me la toglie nessuno, quando torno in azienda sarà quel che sarà…!; quando torno in azienda non c’è nessuno (ero anche solo, quel giorno), comunque passo le successive 24 ore in frenetica verifica, riscontro e aggiornamento dei registri di cantina (materia che non è esattamente la mia preferita, con tutte le inevitabili conseguenze che ciò comporta). Alla fine del terzo giorno, allo stremo delle forze, ricevo un’ulteriore telefonata dalla CCIAA: solita disamina delle varie possibilità ancora aperte, poi però all’ultimo mi fanno: “Certo che, se vuole, può sempre tentare di far ricorso; c’è un termine di 5 giorni, è ancora in tempo…”.
    Vedo che la stanza in cui mi trovo si fa luminosa, come se si fosse accesa una lampadina, da pochi watt, si capisce, ma quel tanto che basta per fare un po’ di luce e darmi un minimo di respiro… il ricorso!, ma certo, ecco quello che ci vuole…, almeno per qualche settimana lui fa il suo iter e io posso ritornare a lavorare, posso far finta di non pensarci, posso trascurare registri, carte, declassamenti, normative, parametri etc etc… certo, situazione del tutto transitoria, solo spostata temporalmente in avanti di poco, ma meglio che niente, prendiamocelo quest’attimo di respiro!
    Faccio ricorso, e pago l’analisi suppletiva (una legnata: la Camera di Commercio si deve rivolgere ad un laboratorio diverso, con cui non è convenzionata, e quindi la fattura – riversata su di me – ha i prezzi massimi, com’è ovvio).

    Passano due mesi. Ogni tanto la cosa mi torna in mente, ma per fortuna le consegne da fare sono molte, la stagione in vigna oltretutto è difficile, non c’è proprio tempo di pensare ad altro.
    Trascuro anche di ritirare la posta: m’accorgo che c’è un cedolino di raccomandata giacente lì da diverso tempo, vado all’ufficio PT, lo ritiro, busta Camera di Commercio: “Si comunica che la commissione DOC ha espresso parere di IDONEITA’ al campione…”, passo in un milionesimo di secondo al foglio sotto, dove c’è il certificato chimico-fisico del laboratorio, cerco subito l’acidità totale, leggo “5,20” grammi litro, mi chiudo nell’auto, verifico che intorno a me nessuno mi stia osservando, e scoppio a ridere, sto lì per cinque minuti da solo a ridere, sogghignare, sbellicarmi e sollazzarmi come un matto (o come uno scemo?).

    Fine della storia.

    Io qual è l’acidità “vera” di quel vino a questo punto lo so, ma me la tengo per me, non la dirò a nessuno nemmeno sotto tortura. Lì per lì avrei anche avuto voglia (malsanissima idea…!) di inviare per fax al Ministero dell’Agricoltura i due certificati sullo stesso campione effettuati entrambi da laboratori dal Ministero stesso autorizzati ad effettuare analisi aventi valore di legge chiedendo che me lo spiegassero loro che hanno la massima autorità, qual è il concetto di “analisi chimico-fisica”, di “dati oggettivi”, di “parametri fattuali”, se ci riuscivano…; poi ho soprasseduto quando mi son fatto la domanda se mai in Italia è “veramente” esistito un Ministero dell’Agricoltura, e conseguente risposta (ero piccolino, e già sapevo bene che l’Agricoltura per i politici italiani era una cosa che serviva a mille cose più importanti e diverse ma accomunate dal fatto che con l’agricoltura però non ci avevano niente a che fare – sì ero un bimbo parecchio precoce, lo riconosco, è con l’età che poi mi sono rovinato…).
    Tutto è bene quel che finisce bene, d’accordo. Ma mica siamo a Hollywood e alla sua ferrea regola dell’inderogabilità dell’happy-end! Se nel mio caso l’errore del tutto casualmente fosse stato al contrario nel “bianco-base”, io sarei (aziendalmente) sopravvissuto a due mesi di mancate vendite in aprile e maggio? E se invece che di una denominazione sconosciuta ai più e utilizzata essenzialmente per motivi d’affezione da cinque bischeri, io fossi stato per ipotesi un produttore di Chianti Classico, o di Barolo, o di Prosecco (tanto per dirne tre), che danno incalcolabile e forse anche irrimediabile avrei potuto riceverne?
    Non so perché, ma mi viene il mente quel film di fine anni ‘60 con Jane Fonda, dove nel bel mezzo della grande depressione loro per sopravvivere si sfiniscono in gare di ballo a oltranza in cui vince i pochi dollari di premio finale chi riesce a resistere fisicamente un attimo in più degli altri; il pubblico intorno guarda e applaude; titolo: “Non si uccidono così anche i cavalli”. Lo so che come “chiusura” non è il massimo dell’ottimismo, ma che volete farci, sarà per un’altra volta.

  • gianpaolo scrive:

    Giampi, ti capisco fino in fondo alle ossa. Al di la di tutto ti dico solo questo: quando lo fai un tuo maledetto blog? C’hai sempre un sacco di cose interessanti da raccontare e mica posso aspettare che mi commenti qua per leggere. :)

  • armin scrive:

    @ andrea: dicevo “duro”, non “sbagliato”.
    concordo comunque che secondo i criteri sopracitati (anche da noi sono molto vaghi) tutti i vini privi di diffetti dovrebbero passare.
    d’altra parte ho degustato vini doc con acidità volatili che ricordavano più aceti che non vini.

    tanti saluti dalla calabria
    armin

  • Giampi scrive:

    Appena trovo un riccone straniero che mi rileva tutto l’ambaradan e mi paga lo stipendio di fattore, stai certo che lo faccio: zero stress, zero notti insonni, zero rischi… Finalmente in pace con me stesso, col mondo, coi creditori, col fisco, avrò tutto il tempo e la calma necessari per coltivare e curare il mio blog; magari mi viene il dubbio se, a quel punto, avrò ancora qualcosa da dire; però qualcosa s’inventerà.

  • bacillus scrive:

    Capisco la tua incazzatura, gianpaolo. In questi casi manca l’informazione adeguata al caso. Loro avranno pure ragione, ma non si riesce ad avere chiaramente le motivazioni che hanno portato a quel giudizio. Non è una bella cosa.
    Sono stato il responsabile di decine di certificazioni. Non voglio giustificare “il sistema”, che mi sembra artificioso, inutile, autoreferenziale, ma quando il campione mi è stato contestato avevo la coscienza sporca… nel senso che avevo la sensazione che il vino poteva cambiare dopo il prelievo: già la spillatura è un’occasione per prendere aria e poi il trasporto, il caldo… non sai come ti tratteranno il campione.
    …questa è la mia esperienza.

  • bacillus scrive:

    Detto questo, non riesco ad inquadrare l’esperienza di Giampi. Nella mia “carriera” (oddio che termine esagerato) di tecnico, ho fatto molto laboratorio. Ho “fatto” centinaia e centinaia di acidità, ne conosco le problematiche e non c’è stato un caso in cui il mio valore fosse “enormemente” lontano da quello rilevato dall’analisi ufficiale.
    Posso spezzare una lancia nei confronti dei laboratori? In un evidente conflitto di interessi…
    Ai miei trascorsi di enologo si affianca un’attività, come autodidatta, nello sviluppo di software. Guarda caso ora mi trovo a fornire software specializzato per il laboratori di prova (settore ambientale ed enochimico), con il fine specifico di seguire i dettami delle attuali norme di certificazione (collaboro con un chimico di grande esperienza in questo campo). Difficile che un laboratorio certificato la spari grossa…

  • Giampi scrive:

    io non ne ho idea, di come ci si possa sbagliare così (tra 4,38 e 5,20 g/l di acidità totale c’è di mezzo un mondo!).
    fatto sta che io i due certificati li ho e così dicono, il campione era esattamente lo stesso (in caso di ricorso non viene effettuato un nuovo prelievo, ma si utilizza la bottiglia “di riserva” del prelievo originale e come ho detto quel vino era peraltro già tutto imbottigliato in lotto unico), e i due laboratori, per quel che ne so, sono non soltanto autorizzati dal ministero a fare analisi ufficiali per le d.o.c., ma ne fanno parecchie.
    forse semplicemente non resta che chiamare Carlo Lucarelli o chi per lui e suggerirgli di farci su una puntata di “Misteri Italiani”…
    battute a parte, quello che a me sconvolge è che a ciascuno di noi piccoli produttori capitano episodi del genere, e ne puoi anche ricevere un danno notevolissimo secondo come va a finire la vicenda, e poi magari accendi la tv e vedi che buona parte dei formaggi (“prodotti in italia”)che girano sul mercato sono fortemente sospettati di esser basati su latte in polvere reidratato di provenienza ignota, che sugli scaffali dei supermercati ci sono regolarmente extravergini a costi inferiori rispetto all’extravergine d’importazione in cisterna, e via discorrendo, senza che nessuno apparentemente trovi da eccepire, mentre il “produrre”, agli agricoltori di tradizione o di “ritorno”, diventa sempre più ostico se non impossibile per via di carte, regolamenti e burocrazie che si sommano e si moltiplicano tra di loro.
    e questo fenomeno senza dubbio in atto dovrebbe ben far riflettere un po’ tutti.

  • gianpaolo scrive:

    @Bacillus. Il mio richiamo non e’ simile a quello di Giampi, dove evidentemente un laboratorio ha toppato (tra parentesi, la legge permette al prelevato di scegliere il laboratorio che preferisce, ma e’ ignorata). Nel mio caso si tratta di “giudizi” di degustazione. Lo stesso vino, stesso taglio, e’ stato approvato 3 volte, la 4^ volta manca colore, non piace il gusto, non piace l’olfatto (anzi, non e’ caratteristico…). Il colore non cambia da prelievo a prelievo, quindi siamo di fronte ad una “concezione” del vino da parte di chi lo ha giudicato, diversa da quella di chi lo ha giudicato prececentemente, e si tratta di una impostazione dove sicuramente si da il premio ai colori scuri, alla bocca cicciona, e via dicendo. Esattamente la strada opposta che, lavorando con il Sangiovese, ho cominciato ad intraprendere. Il messaggio qual’e': “ma dai, mettici un po’ di cabernet o merlot (o peggio), e tutto va bene”. Io contesto questa impostazione, per me lontana proprio dalla tipicita’ alla quale loro si richiamano, non contesto chi fa vini a quel modo, del resto nel recente passato era anche lo stile nostro, ma contesto chi vuole imporre la propria visione, tra l’altro per me sbagliata, di come fare un certo vino, sulla base ridicola delle “tipicita’” richiamate dal disciplinare (Colore: rosso rubino, tendente al granato con l’invecchiamento;
    Limpidezza: brillante;Odore: profumato, etereo, intenso, gradevole, fine; Sapore: asciutto, caldo, leggermente tannico;). Ci sara’ pure chi vuole fare il sangiovese color inchiostro, ma chiamare quello tipicita’ e’ il colmo.
    Alla fine, per me sono organismi inutili, addirittura dannosi, perche’ tendono a far allontanare chi si prende dei rischi maggiori e prova a fare le cose come si deve (ovvero il sangiovese con il sangiovese).

  • bacillus scrive:

    Sì, ho capito, gianpaolo, hai fatto bene a ribadirlo. In questo caso specifico la commissione non si è limitata a constatare l’assenza di difetti evidenti, ma ha voluto dare un giudizio su una caratteristica organolettica che in ogni caso il disciplinare non definisce in modo rigoroso (proprio il colore, per dire, si potrebbe “misurare”).
    Hai ragione, quel giudizio non è accettabile: a conferma della disastrosa ed inutile impostazione di queste forme di controllo e certificazione.
    Ce ne sarebbe da discutere…

  • Ciao Gianpaolo, come al solito dobbiamo vedere confermati i nostri pregiudizi.
    Come al solito siamo stupiti di come vengano respinti vini di aziende serie, mentre continuiamo a trovare sugli scaffali dei supermercati di tutta Europa, Chianti DOCCG ad 1,90 euro Morellini alla stessa cifra e via dicendo, e come al solito ci sembra improbabile che i consorzi le commissioni e anche le guide, continuino a favorire realtà che non hanno chiaramente alcun legame con la produzione di qualità, legata alla coltivazione delle viti in un determinato territorio, ed alla loro vinificazione, con tutto ciò che questo implica, dalle scelte del singolo produttore, ai suoi gusti, la capacità di interpretare le annate, e soprattutto la capacità di esaltarne le caratteristiche senza uniformare i vini ad uno standard che banalizza la nostra esperienza, la nostra consapevolezza, il nostro modo di coltivare e di portare nella bottiglia un insieme di complesse relazioni, che sinceramente andrebbero considerate con un maggior rispetto. Penso che dovremmo chiederci quale senso abbia continuare a spedire i vini a commissioni la cui preparazione potrebbe al minimo essere opinabile, ( questo vale per le doc come per le guide, per non parlare dei così detti giornalisti specializzati, vedi la fiera di Braccagni, con un Luca Maroni a tratti, come minimo imbarazzante nel quidare le degustazioni!) Forse dovremmo sempre di più trovare il modo di far sentire il peso della nostra professionalità ed esperienza di fronte a troppi, che si sono arrogati il diritto di di giudizio, la cui autorevolezza appare spesso puramente autoreferenziale.

  • gianpaolo scrive:

    @francesco. Grazie del commento Francesco, a volte mi sembra di essere il solo a pensare queste cose. Troppa omerta’, troppa paura di parlare, troppo disinteresse, non so cos’e', ma i miei e tuoi colleghi non si distinguono certo per portare un contributo per migliorare il migliorabile. Un po’ come la vicenda di Maroni, che mi ha da subito visto criticare la scelta di affidare a lui la comunicazione del vino maremmano, e tutto intorno il silenzio assoluto, in pubblico, mentre in privato… Credo che solo parlando, e parlando pubblicamente, si possa dare un piccolo contributo alle cose, grazie per essere intervenuto.

  • Buona sera, un umidità ai limiti del sopportabile oggi.
    Normalmente è la paura a generare l’omertà, in questo caso mi chiedo di cosa dovrebbero aver paura produttori che negli anni hanno dimostrato una grande capacità di costruire e ricostruire e cambiare il volto di intere aree geografiche, di cambiarne le priorità, con grande anticipo su quelle categorie che continuano a ripetere slogan televisivi ormai lontani da una realtà che è nuovamente cambiata. Dubito che saremo ascoltati, ci ascolteranno quando avremo, noi, dato forma nuova e ricostruito un nuovo vocabolario e allora ripeteranno per un po’ le nostre nuove parole, ma noi ne staremo gia creando altre! Io penso che questo sia abbastanza faticoso, come la gara di ballo descritta da Giampi, ma se si deve ballare fino allo sfinimento con Jane Fonda…. di solito si vince la gara di ballo e si finisce in un letto al secondo piano del saloon rumoroso!!

  • Lizzy scrive:

    Non so come sia dalle tue parti Gianpaolo, ma…hai provato a far caso all’età anagrafica dei degustatori delle commissioni? Qui da noi, per il fatto che gli assaggi si tengono sempre alle 9 di mattina di un giorno feriale, i giovani cercano sempre di svignarsela, e rimangono gli anziani, i pensionati. Ovvero gente che non gira più il mondo da un sacco di tempo, e che proviene da una classe di età per i quali contava soprattutto la tecnica, non la conoscenza del territorio. È accaduto così che abbiano bocciato un Soave come “non tipico” solo perché veniva da una zona vulcanica… Credo che questo sia un altro problema centrale, che si aggiunge a quelli enunciati fin qui: la reale preparazione dei commissari. Sulle competenze enologiche dei quali non avrei dubbi, mentre ne avrei parecchi su quelle geologiche, climatiche, agronomiche… Per il mio lavoro, sto seguendo un corso come giudice di analisi sensoriale, organizzato dall’Uiv: lo scopo è quell di prepare un panel di assaggiatori addestrati sui vine del territorio – e in grasp, Jabari, di riconoscere un Primitivo in un Amarone… – ….Ma non credo che ci chiameranno a lavorare belle commissioni della CCIIAA!

    Lizzy

  • Lizzy scrive:

    Scusate, ogni tanto l’iPad si prende delle libertà…
    Volevo dire ” in grado, magari, di riconoscere”, ecc.

  • Marco scrive:

    Io dopo innumerevoli Revedibilità ho deciso di imbottigliare prima e poi presentare il campione alla CCIAA. Perchè non esiste proprio che un mio vino possa andare in commercio se non è all’altezza del nostro nome. Sai qual’è il problema nel mio caso, di produttore di vini bianchi? Solforose volutamente basse (non mi piacciono i vini dove senti la solforosa nel bicchiere), campioni che escono dalla cantina e restano in auto al caldo per una giornata intera (addirittura per un anno hanno prelevato utilizzando bottiglie di plastica, incredibile ma vero). E poi c’è tutto il problema delle commissioni, che cambi regione, cambi CCIAA, ma il problema di fondo resta per tutti. Cosa fare ? Bisognerebbe fare la rivoluzione, partendo dalle piccole cose; ma siamo italiani…..

  • gianpaolo scrive:

    Ciao Marco, ma dimmi, non e’ un rischio se ti fanno il vino rivedibile dopo l’imbottigliamento?
    Complimenti per i tuoi vini, che come sai apprezzo tantissimo.

  • maurizio scrive:

    Il colore a mio avviso dovrebbe essere un parametro misurato e non valutato a occhio, i mezzi ci sono e si tratta solo di fissare l’asticella (ovviamente congrua rispetto al vitigno e al terroir). Sui consulenti in commissione io sono contrario, secondo me è sbagliato anche il concetto stesso che a degustare i vini devono essere gli enologi, nelle commissioni CCIAA come nei concorsi, dovrebbero quanto meno essere una minoranza. L’enologo fa il vino e poi se lo assaggia: la logica conclusione è che poi se lo beva pure, visto che il vino deve piacere a lui invece che ai consumatori.

  • gianfranco scrive:

    omertà, paura, “tengo famiglia”…e le piccole cricche prosperano, autoincensandosi con la complicità di “giornalari” e degustatori “de noantri” che hanno venduto i loro recettori olfattivi e gustativi, perchè “tengono famiglia” anche loro.

    io adoro gli ambienti “eretici” e adoro frequentare questo blog, anche perchè si parla apertamente di parecchie magagne sconosciutissime al 99% della gente che si ritrova una bottiglia in mano da stappare.

    noto che certi addetti ai lavori s’indignano davanti a stranezze tipicamente italiche, come i membri di sta fantomatica commissione d’assaggio, che contemporaneamente sono consulenti di un concorrente del proprietario del campione in esame.
    e non mi meraviglierei se venissi a sapere che si mendichi un “aiutino” ad un funzionario di banca, che conosce quello che è cognato di quell’altro che casualmente deve fare “l’assaggio”, semplicemente perchè se il campione passa il test il produttore fattura e fa arrivare grana fresca in banca, e il funzionario è salvo perchè aveva concesso una linea di credito al produttore di vino, ritenuta un pò “azzardata” dalla direzione centrale.

    ci vorrebbe un reggimento di giornalisti d’assalto per sputtanare tutte queste microcricche. nomi, cognomi, circostanze, fatti, date…
    ma in un Paese dove non è possibile fare una rivoluzione, in quanto “ci si conosce tutti”, è raro che avvengano sputtanamenti. tranne nei casi in cui bisogna “agevolare”…ricambi generazionali, vedasi tangentopoli nei primi anni 90…

    @mike tommasi:
    l’etichetta “NONIDONEO” è una splendida idea! chissà se esiste qualche “giornalaro” coraggioso al punto tale da farci un pezzo intitolato “il vino della protesta”.

    @giampaolo:
    ho un bellamarsilia 2007 (comprato un paio d’anni fa alla coop) messo da parte ad invecchiare. sono proprio curioso di sapere come sarà…tra un paio d’anni :-)

  • Matteo scrive:

    Intervengo brevemente per dirvi, da umile impiegato di CCIAA nel settore vitivinicolo, che in generale i membri di commissione tendono a stare moooolto larghi per non danneggiare le imprese… di contro però troviamo sugli scaffali il Chianti a 2 euro… e se un vino viene giudiciato rivedibile o addirittura non idoneo è perché ci sono dei motivi più che evidenti, credetemi… il caso specifico dell’articolo è sicuramente molto sfortunato. Il discorso che i membri possano essere enologi o consulenti di aziende è del tutto normale: esiste un elenco dei tecnici ed esperti degustatori pubblico e aperto a tutti, basta avere i requisiti richiesti dalla normativa tra cui quello dell’esercizio documentato, nei due anni precedenti la presentazione della domanda, dell’attività di degustatore, svolta in forma continuativa, per i vini DOC e DOCG… ed è normale che gli ambiti più comuni dove svolgere tali attività siano le cantine stesse.

  • gianpaolo scrive:

    @Matteo. Ci sono state proteste di molte aziende per i criteri delle commissioni CCIAA da queste parti. Il fatto che uno stesso vino, nel giro di pochi mesi, sia fatto idoneo tre volte e inidoneo una volta – e non si tratta di riduzioni o di una vasca sfortunata perche’ si parla di colore – testimonia della grande confusione che c’e’.
    Puo’ anche darsi che sia “legale” che nella commissione siano presenti enologici di altre cantine, ma non è “normale”. Infatti in alcuni paesi questo è stato vietato.
    Se ci sono vini a 2 euro e ci sono bottiglie dove chiaramente di sangiovese non c’e’ n’e’ neanche l’ombra questo chiama in causa proprio il perche’ dell’esistenza delle Commissioni CCIAA, brave a fare rivedibile un Sangiovese con poco colore e invece a passare senza problemi uno nero pece.
    Poi naturalmente ci sara’ molta variabilita’ tra le diverse CCIAA in Italia, altro problema nostro, le norme sono le stesse ma vengono applicate diversamente in diverse zone del paese.

  • E se un gruppo di eroici produttori decidesse di sbattersene di riconoscimenti e fascette, consorzi e enti certificatori e, forte dei propri prodotti, dichiarasse semplicemente, mettendoci la faccia, con quali uve e con quale metodo è prodotto il proprio vino? Sono convinto che i blogger sarebbero contenti di sbugiardare eventuali felloni che dichiarassero il falso. E’ solo una chimera?

  • gianpaolo scrive:

    @Alessandro. Sarebbe bello e forse succedera’, pero’ sarebbe anche l’ulteriore ammissione che in Italia si puo’ andare avanti solo a dispetto delle istituzioni e facendosi forza delle individualita’. Ancora una volta il valore del fare sistema da noi risulta inapplicabile.

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