Chi fa il vino per mestiere, che sia per curiosita’ o per interesse, ogni tanto se lo deve chiedere: dove va il vino?
Facendo il discorso sui vini rossi, ma e’ facilmente adattabile ai bianchi, sicuramente il passato ci dice che i vini che “andavano” erano vini fatti in un certo modo: + alcol, + densita’, + colore, + frutto, – acidita’, tannino si ma non troppo invadente, e legno nuovo, meglio se piccolo. Quando si parlava della propria azienda era buona abitudine citare l’enologo famoso che si occupava della guida tecnica, parlare della nuova e modernissima cantina piena zeppa di tecnologie ultimo grido, e per quanto riguarda la vigna rimanere sul vago, accennando ad impianti fittissimi fatti con nuovi cloni e nuove varieta’.
A guardarlo oggi, eppure sono passati pochi anni, fa quasi tenerezza, sembra di vedere il nostro figlio adolescente che fa un po’ lo sborone con gli amici, molto entusiasmo giovanile e poca “testa”. Naturalmente oggi sembra quasi tutto l’opposto. I vini devono essere acidi, minerali, scoloriti, non filtrati (anche torbidi va bene), poco alcol, il frutto non sembra avere la stessa importanza, il tannino che raspa va piu’ che bene, segno di ruspantezza contadina. Fare il nome dell’enologo equivale a parlare di corda in casa dell’impiccato; la cantina? Meglio se spartana e senza tecnologia, al massimo qualche pompa e poco piu’, meglio se non nuovi di zecca. Le barriques? Se ancora ci sono (ormai si sono comprate), meglio nasconderle in qualche stanza poco in vista. Il posto di onore lo prende la botte grande, possibilmente il tronconico di Garbellotto (o francese) da 25 hl, o se avete fegato, l’anfora. Ma tutto questo conta poco, perche’, come anche i sassi lo sanno, il vino si fa in vigna. E qui ci si sbizzarisce: il biologico gia’ fa poco fino, sembra un po’ un restare a meta’ del guado, se hai le palle veramente fai il biodinamico, senno’ lascia perdere. Gli impianti fittissimi? Oddio, quelli ormai ci sono e ci devono restare per altri 20 anni almeno altrimenti il commercialista ti spara. Meglio mostrare una vigna vecchissima se possibile (in ogni zona ci sono vecchi contadini disposti a noleggiarla all’occasione, anche ad ore, se viene in visita il giornalista di un certo tipo), la densita’ non importa, anche se c’e’ un ceppo si e dieci no, l’importante e’ che sia composta da varieta’ strettamente autoctone, certificate greco/romane se possibile e se hanno un nome impronunciabile e’ anche meglio.
Probabilmente tra pochi anni saremo qui a guardare con tenerezza anche questo, un po’ come il figlio ormai cresciuto che va in giro con l’eskimo e la keffiah. Come prosegue la storia in fondo lo sappiamo, spesso il suddetto figlio mette su famiglia, trova impiego fisso, e si imborghesisce un po’. Cosi’ va il mondo, e il vino forse anche.
La cosa che pero’ piu’ mi interessa, e’ cercare di capire come “veramente” la gente percepisce il vino, o meglio, qual’e’ il vino che gli piace. Girando un po’ qua e la’ con i vini, facendoli assaggiare ad un vasto pubblico di volenterosi di piu’ nazionalita’, mi pare di scorgere qualche indicazione, che ho provato a riassumere un po’ scherzosamente nel grafico. Quello che piu’ mi pare evidente e’ che in ogni nazione ci sono almeno tre gruppi di amanti del vino: le avanguardie, o le elite, che oggi sono quelle che abbracciano con maggiore convinzione la nouvelle vague dei vini con la keffiah. Poi, di solito nel mezzo c’e’ il piu’ numeroso gruppo del pubblico generico, che segue l’elite con una maggiore inerzia e che ancora e’ affezionato ai “vecchi valori di una volta” ma che gia’ sente spirare un vento nuovo e che si prepara a seguire. Nell’ultimo gruppo ci stanno i conservatori, quelli che “i vini di una volta (che in realta’ erano considerati moderni poco tempo fa) vanno bene anche oggi”. Sono quelli che stanno fermi, sapendo che ritorneranno di moda tra alcuni anni, un po’ come l’orologio rotto che almeno due volte al giorno segna l’ora giusta.
Chi vive di vino, e’ normalmente molto influenzato ed influenzabile dalle elites, perche’ in loro vede i precursori di quello che sara’ di moda a breve per il gruppone di mezzo (che spesso e’ quello che compra veramente i vini, perche’ le elites, si sa…), pero’ ancora deve fare i conti col fatto che, specialmente in paesi importanti, come USA e Germania (ma in parte anche UK), al gruppone ancora piacciono certi vinoni che sarebbero impresentabili in alcuni circoli nostrani, e addirittura di tanto in tanto si sente anche l’elogio dei vini legnosi tipo chardonnay californiano anni ’80/’90 (e’ capitato a me di recente, lo giuro, ormai sono rarissimi).
Con questo non intendo certo fare una morale o ironizzare su nessuno, sono semplicemente divagazioni a ruota libera, buone per il blog.


Io penso che andare dietro le tendenze o gusti del momento, non si arriva mai. Tante e tali sono le variabili che influenzano la scelta di un tipo di vino piuttosto che un altro. Non è solo questione di mode, ma anche di abitudini personali, di maggiore o minore predisposizione alle novità, di problematiche d’abbinamento, di consapevolezza del settore, di tradizioni locali, di essere bastian contrario, ovvero che anticipa le mode o comunque mai si adegua,ecc. Credo ad esempio che più profonde sono le radici di tradizione vitivinicola, minori sono i cambiamenti del gusto e meno possibilità ha, la tendenza del momento, di attecchire. Paradossalmente quelli che nello schema definisci “conservatori”, potrebbero essere le vere avanguardie, proprio perchè in questo moto perpetuo delle mode, alla fine tutto torna; consapevoli di ciò, stanno fermi; hanno capito tutto. Io credo che sia la ricerca della qualità, l’input primario per un produttore; ciò che può spingerlo anche verso vinificazioni o soluzioni di coltivazione diverse dal consueto; sempre nel rispetto delle proprie convinzioni. Assecondare in toto il mercato secondo me non paga. Meglio ritagliarsi un proprio spazio autentico.
@Rinaldo. Sono d’accordo con te su tutto, pero’ spiegami una cosa: come definisci la “qualita’”? Sei consapevole che “qualita’” nel corso dei secoli e piu’ recentemente dei decenni, ha avuto definizioni diverse, se non contrastanti?
caro GianPaolo,
mi appresto a fare VinoVinoVino 2010 ed ho già gente che mi fa mille domande, che mi da mille consigli, che vuole sapere il pelo dell’uovo: cosa faccio, come lo faccio, che enologo ho, che vigne ho, che densità, che, che….
sarà che sono un pò testona, sarà che sono anche vanitosa delle mie cose, però io sto ferma.
abbiamo inpianti vecchi, ceppi vecchi e nuovi, abbiamo una cantina che è ferma da quando è nata, nulla di iper tecnologico però nemmeno l’anfora; facciamo vino con quello che abbiamo, inteso come terra, tecnologie, clima. sarà mica colpa nostra se esce buono?
e riguardo all’enologo, sono io l’enologo! essere enologo non significa usare chimica, ma significa usare il cervello per evitarla, intraprendendo strade più intelligenti.
a me le mode non son mai piaciute, le cose fatte bene si.
buon vinitaly, domenica verrò a fare un assaggio
Concordo in tutto. Ora vanno le bollicine, tra qualche anno preferiremo i bianchi fruttati per poi passare ai rossi marmellatosi e via così per il resto della nostra vita !
@Gianpaolo: effettivamente il termine non è molto centrato. Quello che intendevo sottolineare era la forza delle convinzioni del vignaiolo; questo può essere un valore aggiunto. Ossia la capacità di trovare sinergia tra la parte soggettiva e il potenziale che il contesto in cui opera, gli mette a disposizione.
Veramente bello questo post! Solleva domande che mi pongo quotidianamente.
Vado al sodo. Credo che il tentativo di cambiare repentinamente lo stile dei vini,nell’aria da diverso tempo ma effettivamente nella bottiglia da un’annetto o poco più, sia dovuto ai seguenti fattori:
-crisi economica che ha portato a molti produttori a credere (erroneamente)che era lo stile dei propri vini ad avere portato il calo delle vendite e quindi andava radicalmente modificato.
-lo scandalo (sfiorato ?) e ormai quasi dimenticato del Brunello taroccato ha però costretto, in misura immensamente maggiore di quanto siano disposti ad ammettelo gli stessi critici a farsi un esame di coscienza e ritarare i propri parametri di valutazione sui vini.Infatti se mentre prima si trovavano vicini ai consumatori in un ‘orgia di edonismo e non consideravano prioritaria una loro ipotetica funzione di controllore (alla Ziliani , per intendersi !), ora non possono più rischiare di trovarsi sputtanati dalle loro stesse scelte, cristallizate per sempre sulla carta stampata e pertanto sono stati costretti ad approfondire genuinamente il significato di parole come “territorio”e dintorni: il giornalista, per essere tale in fondo deve verificare la notizia, no ? Quindi tutto sommato, semplificando un po’la faccenda, si sono resi conto che è meglio giocare sul sicuro e puntare sul classico . In parte questo è un tradimento alla democratizzazione del vino, che ha interessato un po’ tutti e non solo quelli del Gambero che comprensibilmente erano forse affetti dall’ egalitarismo comunista del Manifesto.Se la critica inizialmente, in maniera un po’ naif, si accontentava di discernere il buono dal meno buono, dal diluito al concentrato, dall’ossidato al freco e primario, la tappa dell’edonismo puro è stato un punto di passaggio inevitabile, si tratta ora di capire se riusciranno a comprendere a fondo la particolarità di ogni territorio e soprattutto riuscire a trasmetterne i valori al mercato e al consumatore medio.Per questo non credo che lo stile dei vini sia destinato ad una ciclicità simile alla moda, o perlomeno non in maniera così spiccata, ma attualmente mi pare che la richiesta dei consumatori si sia polverizzata con il risultato che ogni mercato ricerca vini consoni al proprio stato di evoluzione: un fenomeno pericoloso sia per il produttore come pure per il critico che vede relativizzare i suoi giudizi e la sua credibilità. Forse si sono fatalmente persi il consumatore medio per strada e questo è un punto fondamentale da tenere a mente specialmente considerando che Il vino, volere o nolere è un bene che va compravenduto sennò il gioco è destinato a non essere più sostenibile.Che il comparto stia bruciando le tappe verso una maturità più compiuta è indiscutibile, resta da capire se l’attuale meccanismo di produzione, comunicazione, commercializzazione inteso come lo è oggi sia sufficiente a garantire la sopravvivenza a tutte le figure in gioco.
Saluti
Cristiano
P.S. sul biodinamico la penso proprio come te.
E bravo Gianpaolo, impossibile non darti ragione! Io però ho un altro pensiero: dove va il vino? echissenefrega. E’ come chiedersi com’è la moda quest’anno. Quello che posso dirti è che non lo so com’è, so solo che non mi piace! Fuor di metafora: dove vada il vino è un interrogativo interessante e pressante soprattutto per chi ha milioni di bottiglie da vendere. Qualunque direzione prenda il gusto del pubblico di massa, il suo vino deve seguirla, se no gli tocca cambiar mestiere. Ma se invece di milioni di bottiglie ne fai un po’ meno, non mi preoccuperei più di tanto. Il vero interrogativo da porsi infatti è: a chi piace il mio vino? a quale pubblico? una volta individuato il target, che sia grande come un mare o come un lago, stai pur sicuro che ci troverai sempre pesci dentro – pardon, clienti! Perchè i neofiti, gli evoluti, gli snob, i tradizionalisti esisteranno sempre, anche se le persone, ovviamente, non saranno mai le stesse. Devi solo capire a quale categoria di consumatori piacciono i tuoi vini…
Bell’interrogativo…
NOn credo ci sia una risposta, ma molte risposte…
Io personalmente in un vino ci voglio trovare principalmente 3 cose: la terra da cui proviene, il frutto con cui è fatto e la mano di chi lo fa! Quindi tutte queste cose cambiano e ogni volta formano un tris ineguagliabile e unico. Poi ci saranno sempre vini che mi piacciono e vini che non riesco a bere…
Ma saranno sempre unici…
Non sopporto i “copioni”…