P9150030 Voglio affrontare un argomento un po’ spinoso, e lo voglio fare con molta cautela, evitando di cadere nelle trappole delle dichiarazioni di principio e delle polemiche.

Voglio ragionare sui cosidetti vini naturali.

Già di per se è difficile definirli. In un ristorante di Milano l’altro giorno ho chiesto al proprietario che mi ha mostrato la sua lista dei vini molto corposa, dove i vini naturali sono alla prima pagina, cosa intendesse: "solo vini biodinamici", mi ha detto. In realtà molti altri non la pensano così. Il mio importatore inglese, Les Caves de Pyrene, che sta diventando uno specialista importante e riconosciuto di questi vini, ha una visione più ampia, che abbraccia vini biodinamici, biologici, dichiarati o meno, ed in generale vini che abbiano un "sense of place", come si usa dire adesso.

Confesso che in una prima fase, io che ho una formazione scientifica robusta (sono agronomo, dottore di ricerca e ho fatto ricerca fino a poco prima di fare vino) ho preso il biologico e il biodinamico poco seriamente. Mi sono totalmente ricreduto sul biologico, tanto che la mia azienda è in conversione da quest’anno, ma ho ancora poca affinità per il biodinamico e sopratutto per l’esoterismo che spesso l’accompagna.

I vini però, spesso mi attraggono, specialmente quelli meno esasperati e più rilassati, cioè quelli meno dimostrativi. Non sono l’unico ad essere attratto, vedo che c’e’ un movimento piuttosto consistente di critici, ristoratori, sommeliers, e in fine di appassionati, che stanno spingendo questi vini e questo modo di fare agricoltura.

Insomma, sento una corrente forte di opinione favorevole verso i vini naturali, spesso solo per il fatto che lo siano, cioè a prescindere dal fatto se il vino sia buono o meno. Questo in qualche modo mi ricorda il recente passato, dove la stessa corrente favorevole interessava vini che oggi sono esattamente all’apposto, ovvero vini superfruttati, con uso di legno piccolo, molto concentrati, ecc., capite bene cosa intendo.

In questo senso il mio timore è che si assista ad una nuova moda, che pur partendo da presupposti in fondo giusti, come la ricerca del territorio, la sfrondatura degli orpelli e una minore invasione della tecnica e della  chimica, si arrivi esattamente allo stesso punto di qualche anno fa, ovvero nella produzione di vini fatti per stupire e conquistare consenso. E più un certo tipo di stampa, spesso convertitasi all’ultimo istante passando dal superfrutto al supermacerato e ossidato à la volée, pompa oggi questi vini, più le aziende cominceranno a produrli (avendo tra l’altro anche capito che in questo modo si possono anche spesso far pagare di più) e la gente a ricercarli. Fino alla prossima bolla che scoppia.

In questo senso avverto la paura della sindrome del Gattopardo, dove alla fine tutto cambia per non cambiare. Eppure mi interessano, e mi interessa lavorarci sopra, ma al tempo stesso sento di non poter sopportare l’approccio esoterico.

Ci sarebbero tante altre cose da dire ma mi fermo, mi piacerebbe sapere cosa ne pensano i lettori e ragionare insieme sull’argomento. Uno spunto che parlando con numerosi colleghi o operatori del vino in questi giorni è stato questo: ma se l’obiettivo, giusto, è la ricerca dell’espressione del territorio, non si rischia di ottenere dei vini che presentano caratteristiche (ossidazione spinta, sentori autolitici, ecc.) tali da soverchiarlo e che rischiano di essere molto spesso del tutto simili gli uni agli altri proprio indipendentemente dal territorio nel quale vengono prodotti? E’ una domanda seria, non provocatoria, che si pongono anche tra chi apprezza questi vini, incluso me.

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19 Comments

  • Mirco Mariotti scrive:

    Ciao Gianpaolo, tutto ok?
    L’argomento è molto dibattuto ma sempre bene fa il confronto… Attualmente concordo con te, mi sembra ci sia la “sindrome del Gattopardo”. Il mio timore è che si sta’ creando una forbice sempre più grande fra chi il vino sa a malapena si produce con l’uva, e chi, per passione o professionalità, si pone giusti quesiti su come dovrà essere il vino del prossimo futuro… e a forza di elucubrazioni mentali, paradossalmente sta’ diventando difficile definire i “vini naturali”!
    La mia opinione è che si dovrà rivedere il concetto di terroir (e di questo vorrei parlare a Vinix Unplugged, verrai?): non più una commistione fra uomo, cultura e ambiente,ma una netta divisione fra natura (che è al di sopra dell’uomo e contribuisce in modo determinante se si vuole ottenere un vino espressione di territorio), e l’uomo che deve intervenire il meno possibile. Per questo ritengo che il produttore di vino del futuro dovrà essere prima di tutto un esperto viticoltore, e concordo con te, appoggiandola, la tua scelta verso il biologico.
    Per il resto del discorso credo non ci siano attenuanti: i difetti son difetti, anche se provengono da lavorazioni “naturali” o “non lavorazioni”…
    A presto!

    Mirco

  • Jacopo Cossater scrive:

    E quello che scrivi è naturalmente condivisibile nella sua interezza. Ecco, io per esempio farei parte di quella parte di consumatori estremamente curiosi ed aperti verso quella che viene definita la ‘naturalità’ in bottiglia. Ma con un punto interrogativo che fatico a scavalcare: in quanti si nascondono dietro a questa definizione per proporre vini altrimenti errati o comunque altrimenti scomposti? Concordo con Mirco sull’idea del vinificatore prima viticoltore, ma il vino non è bevanda naturalmente naturale? Ed i prezzi intanto salgono.

  • Luca Risso scrive:

    ” ma se l’obiettivo, giusto, è la ricerca dell’espressione del territorio, non si rischia di ottenere dei vini che presentano caratteristiche (ossidazione spinta, sentori autolitici, ecc.) tali da soverchiarlo e che rischiano di essere molto spesso del tutto simili gli uni agli altri proprio indipendentemente dal territorio nel quale vengono prodotti?”

    La risposta è si, ed è sotto gli occhi, anzi la bocca, di tutti, tranne dei pasdaran della rivoluzione bio-natural-dinamica-vera-eccetera.

    Luk

  • piergiovanni scrive:

    Quest’anno mi è capitato di partecipare a due fiere di “vini naturali” e nel tempo libero ho avuto l’opportunità di assaggiare diverse cose.
    Penso che la decisione di applicare dei protocolli rigidi,sia biologici che biodinamici,in campagna come in cantina debba essere una scelta relativa alla coscienza dell’azienda e all’indirizzo che si vuole dare.Però in alcuni casi si tramuta nella scusa per presentare vini palesemente difettati (non so’ quanto in buona fede),prodotti che altrimenti dovrebbero prendere altre strade rispetto alla bottiglia.
    Penso sia giusto avere rispetto per la terra ed i suoi cicli naturali,ma si dovrebbe aver rispetto anche verso chi quei vini li acquista!

  • Lucia Barzanò scrive:

    Buongiorno Gianpaolo e buongiorno a tutti, sono una produttrice di Franciacorta.
    Anche noi in Azienda da qualche tempo stiamo valutando la produzione biologica, ma ci troviamo a fare esattamente le riflessioni che hai fatto tu Gianpaolo. Il rischio moda è ormai una triste realtà, i prezzi stanno salendo e sotto il nome “naturale” o “biologico” si trovanno delle gran ciofeche ossidate e imbevibili.E quindi la tua domanda del “vino gattopardo” è più che legittima e trovo opportuno aprire il dibattito prima che questa importante opportunità di salvaguardia dell’ambiente diventi solo una moda ed un sistema per aumentare i profitti dei più scaltri.
    Grazie,
    Lucia

  • andrea bassini scrive:

    Ciao, è stato proprio argomento finale di una recente serata sui vini del nuovo mondo essendo ospiti di un azienda biodinamica. E tra accuse e discussioni abbiamo concordato una semplice linea comune: assaggiamoli e poi giudichiamo. Ci sono ottimi vini, ce ne sono altri pessimi, come per il resto del mondo. Non mi piacciono i produttori biodinamici che esaltano con eccessiva veemenza questa cultura come vangelo a cui tutti devono credere, non mi piacciono i sommelier che dicono “quel vino è biodinamico, lasci perdere” come diceva un partecipante ieri sera. E’ grande la possibilità che come per il biologico,qualche anno addietro, diventi solo un paravento di moda, ma vi ripeto, assaggiamo e poi parliamo, magari alla cieca in mezzo ai vini diciamo “tradizionali”. Saluti

  • Mirco Mariotti scrive:

    @Jacopo

    No, purtroppo oggi il vino non è più una bevanda naturalmente naturale… Per testimoniare questo prova a guardare le pratiche enologiche e i prodotti legalmente utilizzabili qui: http://news.reseau-concept.net/pls/news/p_entree?i_sid=30510173099517734269600&i_type_edition_id=21044&i_section_id=21057&i_lang=33#21060
    Per questo il post di Gianpaolo è quanto mai attuale…
    Ciao

    Mirco

  • fabio scrive:

    Moda a parte, quello che bisognerebbe far passare come messaggio è: che cosa sono esattamente i vini naturali? Mettiamoci nei panni di un appassionato bevitore di vino nella media, che non conosce le tecniche di produzione, vinificazione, … ma a cui piace bere del vino. Magari viene attirato dalla dicitura “biologico, ok. Ma deve conoscere che cosa significa, altrimenti sì: si crea la bolla e non è una cosa buona. I produttori per primi dovrebbero farlo capire ai consumatori, in maniera molto semplice.

  • Lorenzo Pansani scrive:

    Ciao Giampaolo,

    Biodinamica, questa esoterica…
    un gran trambusto per cogliere quell’immancabile puzzetta zolfina in un’infinità di casi o come spesso capita, veder il consumatore modaiolo scambiare “terroir” per maleodoranti
    batteri o vaghe ossidazioni a causa dell’influenza psicologica indotta da ogni pseudofilosofia ben pubblicizzata(E sfido i più a distinguer chiaramente tipicità da difettosità in tali casi, io ne son e rimarrò ben lungi). Che alla fine non si tramuti in un vero e proprio cambiamento del gusto?
    Avanti ora con le grandi dissertazioni sulla miglior persistenza, ma per quale finezza?Infondo una pseudoscienza non rappresenta l’incipit della libertà per ognuno di amalgamarsi ottimamente con il proprio habitat?
    Non ho il terrore verso le nuove(?)tendenze, ma ciò che temo maggiormente è la selettività con la quale poi queste realtà si aggregheranno in futuro creando
    momentanee gerarchie, nicchie d’elite e perdendo alla fine il senso stesso della propria missione. Perchè mistificare, elevare, dissociarsi ed alla fine piantare altri paletti e nuovi costi?
    O non sono tutti i vini prodotti ad arte secondo legge, vini bevibili? Le pratiche enologiche sono sempre esistite, nel bene e nel male.
    Se si negasse questo allora perchè non abolire ogni disciplinare, ogni perno restrittivo, fatta eccezione quelli che tutelano la salute, per lasciar esprimer l’uomo con la vite e la terra a suo piacimento?
    Chi può garantire per un consumatore se non lo stato o finalmente la propria coscienza/conoscenza empirica? Il produttore o le sue associazioni?
    Egli deve badare a se stesso sperando di resistere alla storia e per far questo i suoi gesti più lungimiranti saranno proprio quelli quotidiani. La comunicazione serve spesso per la prima bottiglia, ma non è sufficiente per la seconda.
    Per fare vini più “naturali” possibile sono diverse le condizioni che dovrebbero congiungersi, sembrano banali, ma sicuramente non sono da sottovalutare:
    - la natura, appunto, deve essere predisposta altrimenti la biodinamica(o affini) rischierebbe di tramutarsi in sofisticata forzatura per una terra che non vuol assolutamente fare buon vino;
    - il microterritorio deve essere autosostenibile, dirretta conseguenza di cui sopra;
    - l’umiltà di coloro che attraverso queste pratiche devono armonizzarsi ed interagire con quella terra;
    - ultimo e non esaustivo, ma non meno importante, non bisogna prendersi troppo sul serio:
    questo non significa ledere il senso di rispetto per il proprio lavoro, ma non fissarsi su presunte consapevolezze suggerite solo dal caso, anzi, restar molto recettivi nei confronti del proprio terroir, il quale, appunto, giornalmente ci dice cosa a lui giova o reca danno.
    Non vorrei fiere, carte dedicate, desidererei anzi trovar quei vini assieme a tutti gli altri, suddivisi classicamente per regione e denominazione, scoprendone solo con i sensi i tratti distintivi atti a creare i giusti interrogativi di preferenza.
    Il valore aggiunto deve essere per il produttore in primis e dovrebbe essere percepito solo a posteriori dal consumatore in termini di edonistica soddisfazione.
    Durante l’ultimo viaggio in Cile, ho avuto la fortuna di conoscere Alvaro Espinoza, lì precursore organico prima e biodinamico poi, grande consulente di mega-realtà vitivinicole, ma prima di tutto viticoltore intorno alla propria casa, senza certezze assolute e solo con la sesibilità giusta per comprendere ciò che di giorno in giorno sta giovando alle sue migliori viti, colte e ripiantate dopo anni di continuo incedere tra azienda ed azienda.
    Il cavallo, la vacca, la zappa, l’uomo e perchè no allora, le stelle!Qgnuno farà la sua parte e se sarà destino, noi ne godremo i frutti più lungamente possibile.
    La sua casa non è un gingillo, bensì il primo e più radicato amore, forse solo così al final si può parlare di “vini veri” a prescindere dai tecnicismi ristretti in un glossario.
    Sarà dura trovar le coincidenze di tutte queste variabili per raggiungere standard qualitativi elevati, ma come sempre insegna ciò che alla storia resiste, se ne gioveranno in pochi fortunati, produttori e consumatori, per elezione naturale: più biodinamica di così.

  • Fiorenzo scrive:

    Anch’io non credo che territoriale debba per forza evocare puzze e difetti; immagino che chi desideri trovare elementi di territorialità in un vino ricerchi comunque un’idea qualitativa dello stesso, e le caratterizzazioni tipiche delle vinificazioni malfatte, anche se artigianali, non sono più ammissibili. Io ultimamente sono attratto più dall’idea di naturalità del vino intesa come prodotto salutare, sano, riferito alla qualità dell’alimento: le difficoltà sono molte, come fa notare Mirco; mi domando se ed in che misura i vini “naturali” riusciranno, perlomeno, ad essere “sani”. Quanto all’effetto modaiolo del trend, credo che tu abbia colto un aspetto reale della questione, e chissà, probabilmente andremo davvero verso una bolla (ed il conseguente “puf”). Io resto attaccato ad un’idea di piacevolezza connessa alla beva, come nel caso (tanto per parlare dei presenti) del tuo “Bucce”, del quale ho ancora il ricordo del notevole assaggio a Vinitaly. Questa tua “svolta”, ammesso che si possa dire così, è tanto più interessante, siccome descrivi un percorso di assaggiatore che presta maggiore attenzione a questi vini, ed è un percorso assai simile al mio.

  • Maurizio scrive:

    Condivido la visione di Fiorenzo, credo che la qualità di un vino sia dovuta principalmente alla sua gradevolezza. Se a parità di piacevolezza un vino è anche naturale meglio, non è altro che un punteggio in più nella scala qualitativa.
    In merito all’accostamento fra naturalità e tipicità ho qualche dubbio, non penso che ciò sia sempre vero o meglio che naturale sia per forza tipico. A volte per far emergere delle caratteristiche gustative di un vitigno bisogna utilizzare tecnologie e prodotti che non è detto siano per forza naturali. Io parlerei di tecniche di produzione ad alto o basso input considerando l’intera filiera dalla potatura alla vendita. Per esempio è naturale un vino bianco ottenuto con una vinificazione a temperatura controllata? Sicuramente no, ma probabilmente è più naturale di uno ottenuto con temperatura controllata ed additivi chimici.
    Inoltre la riflessione che fà Giampaolo è molto interessante soprattutto perchè fatta da un produttore che personalmente non ho mai considerato fra i più tradizionali o tradizionalisti. I vini mi sembrano molto “moderni”, molto “concentrati” ma sempre molto piacevoli. La svolta al biologico creo che sia una risposta razionale a decenni di agricoltura monopolizzata dall’industria della chimica che ci ha fatto perdere di vista i cicli naturali delle colture.
    Anch’io sono un agronomo, formato in maniera tradizionale, ho lavorato nel settore bio per un periodo e anche se non sono un fanatico di questa tecnica colturale penso che un ritorno verso un agricoltura più “biologica” non faccia che bene.

    Saluti

  • nicola a. scrive:

    Non credo sia una moda. Ma una questione di cultura. Sta di fatto che sempre più stranieri, in ristoranti o enoteche, chiedono vini bio, o vogliono vedere la certificazione biodinamica. In genere sono quelli del nord Europa, popoli più sensibili e civili. Una macchia d’olio che si estenderà? Un pò come la raccolta differenziata dei rifiuti.Una questione di DNA.

  • Saverio Petrilli scrive:

    In generale ho letto qua sopra dei post aperti e con una visione ampia e positiva, finalmente dopo anni di sterili polemiche e negazioni, di chiusure e di schiavitù dalla grande industria, comincia ad aprirsi la mente dell’agronomia verso la riconquista della propria libertà.

    Di fatto ogni post era più o meno condivisibile così vorrei solo fare due commenti all’incontrario:
    - Ieri un mio caro amico, Gregoletto, produttore storico di Prosecco, mi raccontava di essere stato a “Vino in Villa”, gli ho chiesto come erano i vini e mi ha risposto “Tutti uguali!” Aggiungo la mia esperienza dell’altra settimana dovendo affrontare un ombra (nel senso di inconsistenza) di vino coperta da una coltre di solforosa, peraltro anche il tramezzino faceva schifo!
    - Quando si assaggiano vini toscani possiamo amabilmente disquisire sull’utilizzo del legno (tipo, provenienza, tostatura) sulla mano dell’enologo, sul sentore mediterraneo (inteso come sicilia, sardegna, puglia etc) poco o niente sul territorio toscano.

    Certo non è tutto così, ma un osservatore esterno, magari che produce vini “naturali” avrebbe questa impressione, e sopratutto resterebbe tanto più colpito dagli esemplari negativi che da quelli positivi. E’ questione di punti di vista.

    Non sono un appassionato dei vini bianchi macerati ma riconosco l’incredibile valore della sperimentazione che rappresentano, riconosco che alcuni di essi hanno un eleganza ed una beva eccellente. Personalmente ho una visione del vino bianco diverso, forse dovuta al fatto che opero in una regione di rossi, ma sono felice di avere a disposizione anche quei vini.

    Per terminare la biodinamica non riguarda il vino ma l’agricoltura, purtroppo in Europa è ancora comunicata perlopiù da antroposofi che mancano di una visione pratica e agricola. Ma i risultati di un agricoltura biodinamica pratica sono indiscutibili e visibili immediatamente agli occhi di agricoltori, gli effetti nel vino o nelle altre produzioni alimentari sono anche evidenti ma spesso mascherati da territorialità, influenze tecniche, errori banali o semplicemente inadeguatezza del degustatore a cogliere certe differenze.

    Infine credo che l’aspetto moda sia presente ma che non bisogna sottovalutare la capacità del consumatore di ragionare con la pancia, la sua necessità di trovare finalmente qualcosa che il suo stomaco può digerire, assimilare e possa dare piacere e salute. Quindi come sempre è una dinamica complessa, cavalcata anche da approfitattori, ma indicatrice di fatto di una necessità.
    saluti
    Saverio

  • Paglia scrive:

    Grazie a tutti per le interessanti riflessioni su questa materia, dove credo ci sia bisogno di confrontarsi con intelligenza, tolleranza e voglia di aperture da tutte le parti. L’unica cosa che eviterei in una discussione e’ di partire da posizioni “indiscutibili”, altrimenti e’ un po’ dura…;-) Naturalmente mi riferisco all’ultimo commento di Saverio Petrilli, della Fattoria di Valgiano, una delle aziende sicuramente piu’ impegnate sul fronte del biodinamico. Da parte mia la curiosita’ di capire di piu’ resta, cosi’ come resta la mia personale predisposizione alla comprensione razionale dei fenomeni, pronto a seguire le evidenze piuttosto che i dogmi, anche se queste sono solo di natura empirica fino ad ora, come sembra essere il caso per molti viticoltori che hanno abbracciato i vini naturali.
    E naturalmente auspicherei anche un minimo di analisi fatta con metodo scientifico, e non sarebbe molto chiederlo in un paese che conta oltre venti facolta’ di Agraria e che ha contribuito a creare l’agronomia moderna nel 1800. Si puo’ fare?

  • Pierpaolo Penco scrive:

    Quello che non sopporto (il discorso vale per la biodinamica come per i vini macerati) è quando si prendono posizioni ideologiche.
    Vivendo in Friuli e conoscendo diversi produttori, ho avuto svariate occasioni per assaggiare quelle che prima erano prove, poi prodotti finiti. Ammiro lo sforzo di trasmettere qualcosa di diverso.
    parto però dal punto di partenza, comune ad altri, che il vino deve essere piacevole da bere. Spesso ho sentito dire (più da chi girava attorno che dal produttore stesso) che i vini “naturali” non fanno male, se ne può bere una bottiglia e non avere mal di testa, etc. L’approccio di chi voleva essere “più realista del re” mi ha allontanato in parte da questi prodotti (anche se non sono aprioristicamente contrario).
    E’ importante, però, che non ci venga spacciato l’assunto “naturale=buono”. Le ciofeche sono effettivamente tante. Certo, poi assaggi i vini di Leflaive, Leroy, Dagueneau, Alphonse Mellot… e ti tiri su ;-)

    Infine una piccola annotazione. Due mesi fa ero in Borgogna. Pare che il Domaine de la Romanée Conti abbia avuto problemi nel recente passato in quanto loro continuavano a coltivare il vigneto seguendo protocolli biodinamici, con tanto di cavallo che ara (ho fatto anche qualche foto). Ma qualche vicino poi irrorava le vigne con pesticidi e sistemici, che venivano trasportati dall’aria anche sulle vigne del DRC, lasciandone traccia nei vini…

  • filippo ferrari scrive:

    quando ho visto la foto del post, ho tremato pensando che fosse il mio bianco 2006 sghiràs. in questo caso ho forzato troppo la mano, non ho fatto alcuna stabilizzazione o filtrazione anche nel 2005 ma il 2006 ne aveva bisogno perchè più ricco. risultato?: metti il vino in frigo per 3 ore e diventa bianco, mantiene ottimi profumi, non ha ossidazioni e rifermentazioni, ci stiamo divertendo a venderlo ma…..non sarebbe dovuto succere perchè a joly non succede….
    questo per dire che sono d’accordo con te nel momento in cui si usa il biodinamico per scusare evidenti problemi ma sono altrettanto convinto che se fatta bene la biodinamica, sia davvero l’unico mezzo per esprimere il terroir.
    spesso si trovano vini tutti uguali davvero anche in manifestazioni alternative, perchè invece del legno si sente l’ossidazione che se non controllata è uguale per tutti.
    la moda secondo me è già partita ma il mercato la sta regolando molto, non temere.
    il costo di questi vini giustamente deve essere più elevato, anche per coprire le annate meno buone e i maggiori rischi a cui si è sottoposti soprattutto durante i primi 5 anni.
    non trovi che la grande differenza tra biologico e biodinamico sia l’assenza nel primo di una vera e proprio filosofia, di un approccio più vitale alla vita? non credi che il rame dato nelle dosi biologiche sia comunque nocivo anche solo per la terra?
    filippo

  • Paglia scrive:

    @Filippo. Intanto grazie per il tuo intervento. Il fatto che il biologico abbia meno filosofia (o come la si voglia chiamare) in confronto al biodinamico, e’ per me infatti un vantaggio. Io non riesco ad appassionarmi alla filosofia che trovo nel biodinamico, ed in generale sono una persona poco portata a questo genere di cose. Sono un maledetto razionalista, non ci posso fare niente :-)
    Il rame? Hai ragione, quella e’ la parte che mi ha sempre convinto meno. Per fortuna siamo in Maremma, e a meno di annate disastrose, non dovremmo avere i problemi che hanno in altre zone. Comunque un giorno vengo a trovarti e mi spieghi bene come lavori, mi interessa davvero.

  • Il mio modo di vedere le produzioni “naturali”, nonostante la mia minima esperienza ed il minimo valore delle mie parole, è forse ancor diverso.
    Premesso e sottolineato che un difetto è un difetto, sia esso in una bottiglia biologica, biodinamica o convenzionale e che quindi non si possa spacciare per naturalismo o territorialità di quella bottiglia, io, prima che ragiorare sull’eventualità del fenomeno modaiolo, sui tecnicismi legislativi ecc., ragiono su due punti fondamentali:

    1) Il vino si fa con l’uva coltivata in un preciso territorio.

    detto questo vorrei che un vino mi rimandasse a ciò ed ecco perchè preferisco, a parità di difetti e pregi, un vino in cui ci sia il minimo uso di enzimi, tannini, azoto, so2 e tutti i restanti addittivi usabili in cantina e che voi tutti conoscete meglio di me. Se poi fossero usati legni poco incisivi sensorialmente sono ancora più contento, vista la mia bassissima soglia di percezione del legno.

    2) Salubrità (dell’uva, del vino e del territorio)

    Un’uva coltivata utilizzando concimazioni naturali, prodotti antiparassitari “leggeri” (rame e zolfo), magari anche lontano da strade a scorrimento massiccio (i residui di metalli pesanti non mi invogliano molto), sana nei confronti di parassiti che provocano rotture dell’acino (primarie vie d’entrata di funghi che possono lasciare alti residui ti Ocratossina-A), non fa altro che farmi piacere, come consumatore, come agricoltore e come enologo, perchè mi dice che chi la produce rispetta gli altri, se stesso ed il luogo in cui abita.

    Tutto il resto, i discorsi, le mode, le filosofie (a cui credo poco), per me lasciano il tempo che trovano.
    A me interessa come uno lavora in campo nei confronti del campo, sull’uva nei confronti dell’uva ed in cantina nei confronti del vino. Se lavora con rispetto vero ben venga!

    grazie al Dott. Paglia per permettermi(ci) di argomentare su questioni del genere!

    Riccardo Francalancia

  • ovviamente non vanno dimenticate (anzi!) anche le quantità d’utilizzo dei prodotti in campo.
    Se non sbaglio il biodinamico dovrebbe avere l’assenza del Rame, il che non è poco per ripsettare il campo!

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